Prendo spunto da una recente articolo pubblicato su Agi.it riguardante i risultati di una ricerca effettuata da un team di scienziati di Cleeveland per affrontare un tema, quello del sonno, che solo in apparenza può apparire secondario. Il sonno è un tema centrale sulla riflessione che abbraccia l’attualità tout court e il nostro stile di vita, arrivando a coinvolgere un certo modo di intendere l’economia ed il mondo della scienza (un mondo ambivalente e poliedrico, non sempre asservito al bene dell’umanità, cui dovrebbe esserne al servizio). Il sonno interrompe risolutamente il furto del tempo che il sistema capitalistico compie ai nostri danni. Il sonno pone il problema di un bisogno umano che si può soddisfare solo in un certo intervallo di tempo e che non può quindi essere asservito e aggiogato ad una macchina per fare profitti. E il sonno può aiutarci a contrastare e debellare virus sempre più aggressivi e terrificanti…

Covid-somnia

Ma procediamo con ordine. Cosa hanno scoperto questi ricercatori americani? Partendo dall’osservazione degli effetti della melatonina sul rafforzamento del sistema immunitario, sono giunti alla conclusione che le persone che assumevano la melatonina avevano possibilità molto inferiori di sviluppare il Covid-19 e molto meno di morire. La melatonina, infatti, per il suo ruolo di calibrazione del sistema immunitario, è in grado di attivare le reazioni auto-protettive dell’organismo e, se somministrata ai pazienti intubati, eleva i tassi di sopravvivenza (attualmente sono in corso diversi studi clinici nel mondo per confermare questa relazione).

Come si è potuto constatare, grazie al supporto dell’Intelligenza Artificiale che ha permesso di collegare i dati di migliaia di pazienti, il coronavirus causa in molti casi l’insonnia. Esiste dunque una stretta relazione tra la malattia e il sonno e viceversa, tanto da essere “ribattezzato” Covid-somnia. Come si evidenzia nell’articolo – “Chi dorme non piglia Covid? I risultati di uno studio americano”, del 23/12/2020 – durante la pandemia, il dipartimento di neurologia della Johns Hopkins University è stato letteralmente preso d’assalto dalle numerose richieste di aiuto delle persone che denunciavano problemi di insonnia. Essenzialmente è come se il corpo dicesse che ha bisogno di dormire.

Il sonno e la scienza

Il tema del sonno ritorna così prepotentemente alla ribalta. In passato altri studiosi hanno trattato il tema del sonno in contesti definibili sorprendenti. Tra questi J. Crary, che ha analizzato la stretta correlazione tra affermazione di un capitalismo rampante e selvaggio e il sonno come manifestazione primaria del bisogno naturale del corpo umano. In questa lotta di progressiva appropriazione di ogni spazio privato ed intimo di ogni essere umano, la rivendicazione al sonno diviene simbolo di lotta e di affermazione di diritti inalienabili. Tra questi, oggi, anche quello della salute e della felicità! La stessa correlazione che più volte viene evidenziata tra effetti del capitalismo selvaggio e progressiva distruzione del nostro habitat naturale (il Covid ne è in fondo una conseguenza diretta, al pari del Climate Change).

Il capitalismo 24/7 (sempre on, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7) frutto di sistemi di mercato e di una infrastruttura globale concepita per forme di produzione e consumo senza limiti, conquista un nuovo e potente alleato: la scienza. La ricerca scientifica attuale, infatti, ha come obiettivi primari la stimolazione di uno stato di veglia e la riduzione del sonno. Ne sono testimonianze numerosi esperimenti perpetuati ai danni dei soldati delle forze armate americane, in virtù di una scelta strategica ed organizzativa tesa a regolare l’efficienza del soggetto umano che paradossalmente rappresenta il collo di bottiglia nell’operatività dei sistemi bellici più avanzati. Gli studi sull’insonnia efficiente si riferiscono, quindi, ad un programma teso a generare una nuova figura di soldato, le cui capacità fisiche e cognitive dovranno adeguarsi in misura sempre maggiore al funzionamento di un’organizzazione retta da reti e apparati non umani.

Come la storia insegna, le innovazioni in campo militare vengono poi inevitabilmente assimilate in una sfera sociale più ampia che arriva a coincidere con l’intera società. Basti pensare ai farmaci contro il sonno, oppure in ambito spaziale, al progetto condotto da Russia e Unione Europea per la costituzione di una sorta di schermo satellitare in grado di deviare i raggi solari direzionandoli verso la Russia Occidentale e la Siberia. Lo slogan del progetto era: “La luce del giorno tutta la notte”. Studiosi e ambientalisti si sono prontamente battuti contro questo progetto che si è poi dimostrato irrealizzabile. Questa iniziativa è un significativo esempio dell’immaginario contemporaneo in cui uno stato di illuminazione permanente è inseparabile dal funzionamento incessante dell’economia globale.

La privazione del sonno è stata anche una delle forme di tortura più pervasive e distruttive perpetrate contro gli esponenti di Al-Qaida. É rimasto famoso il caso Mohammed al-Qahtani. Queste forme di tortura, realizzate con il contributo di team di psicologi esperti e consulenti di scienze del comportamento, sono state perpetrate in base alle fragilità psicofisiche individuali osservate. La pratica della privazione del sonno, come strumento di tortura, è antica ma il suo utilizzo sistematico comincia a partire dalla disponibilità di illuminazione elettrica e del perfezionamento dei sistemi di amplificazione del suono. Gli effetti di questa tortura provocano nelle vittime danni permanenti: come la psicosi, gravi danni neurologici, totale impotenza e completa sottomissione ed altre serie conseguenze che minano per sempre l’integrità psicofisica della persona e la distruzione calcolata della sua personalità.

Insomma, il sonno diventa un punto di vista privilegiato attraverso il quale rileggere gli effetti della globalizzazione neoliberista messi in atto dalla modernizzazione del mondo occidentale i cui paradossi sono strettamente collegati alle mutevoli configurazioni del sonno e della veglia, dell’illuminazione e dell’oscurità, della giustizia e del terrore, nonché a diverse forme di esposizione, di inerme disponibilità e fragilità. Una di tali condizioni può essere caratterizzata come l’inquadramento generalizzato della vita umana in una durata senza interruzioni, contraddistinta da un principio di operatività incessante.

Il sonno ed il sistema economico dominante

Il 24/7 è basato su uno schema rigido e arbitrario, quello della singola settimana, utilizzato a prescindere da qualsiasi idea di svolgimento vitale o progressivo dell’esperienza. Molte istituzioni del mondo sviluppato sono ormai già operative da decenni in modalità 24/7. Ma è soltanto di recente che c’è stata una riorganizzazione dei modi in cui avviene la costruzione dell’identità personale e sociale di ciascuno. Un’ambiente 24/7 non è altro che un modello non sociale di performance automatiche e una sospensione dell’esistenza che dissimula i costi umani necessari a sostenerne il funzionamento. Il 24/7 rappresenta il tempo dell’indifferenziato, davanti al quale la fragilità umana non ha difese e in cui il sonno non ha una propria necessità o inevitabilità. Esso, proclama l’offerta di una disponibilità assoluta e l’insorgere incessante di sempre nuovi bisogni e al tempo stesso la perenne impossibilità di un loro completo e definitivo appagamento. I nostri corpi e le nostre personalità assimilano una mole in continua espansione di servizi, immagini e procedure. La sopravvivenza a lungo termine del singolo individuo è sempre sacrificabile, così come l’ambiente stesso in cui egli vive, mettendo a rischio l’equilibrio degli ecosistemi. È per questo che il sonno è destinato ad entrare in netto contrasto con le esigenze di un universo 24/7.

Nelle società agricole premoderne il modo di vivere il sonno – per quanto vasto ed eterogeneo – era contraddistinto da caratteristiche fondamentali comuni, fino alla metà del XVII sec., quando apparvero chiari gli attriti con le nozioni moderne di produttività e razionalità, portate avanti da Cartesio, Hume e Locke. Per questi pensatori, il sonno per quando indispensabile, rappresenta una deplorevole eccezione nello sviluppo delle attitudini principali degli esseri umani: operosità e razionalità. Schopenhauer al contrario, capovolse lo schema, ritenendo che nel sonno risieda il nocciolo della esistenza umana. Nel XIX sec. nei paesi caratterizzati da crescenti livelli di industrializzazione si evidenziò l’importanza di concedere ai lavoratori almeno il tempo utile da dedicare al riposo per metterli in grado di essere più efficienti e più longevi e quindi per contribuire ad un aumento della redditività e della produttività. Tuttavia, nei secoli successivi (XX e XXI sec) a seguito del collasso dei modelli di capitalismo controllato o mitigato, avvenuto principalmente in Europa e negli USA, è venuta progressivamente meno ogni giustificazione interna dell’inattività e della quiete come componenti della crescita economica e della redditività. In poche parole, sembra che il riposo umano sia diventato semplicemente troppo costoso per il capitalismo contemporaneo.

La Bioderegulation

Teresa Brennan ha coniato il termine Bioderegulation con il quale denuncia le limitazioni fisiche richieste ai lavoratori. Il fatto che la moderna economia centrata sullo sviluppo tecnologico scancelli e scancellerà molte attività e mestieri, non incoraggia affatto una visione ottimista a riguardo della salvaguardia della salute. Sono davvero rimasti pochi gli intervalli significativi dell’esistenza umana che non siano stati assoggettati e annessi al tempo lavorativo, o ad operazioni di acquisto e di vendita, e l’utilizzo di ambienti digitali incoraggia esponenzialmente questo tipo di attività. Come Boltaski e Chiapello denunciano, nelle zone più ricche del mondo sono state abbattute tutte le barriere frapposte fra il tempo lavorativo e quello privato, tra quello della produzione e quello del consumo. Il nuovo paradigma connettivista, ha generato un vero e proprio modello culturale che si è sganciato totalmente dall’etica del lavoro e che richiede una strutturazione temporale 24/7 per la sua realizzazione.

Un sistema in cui regna il 24/7 è un mondo disincantato nella sua eliminazione delle ombre e del buio, così come di ogni possibile temporalità alternativa; è un continuum spazio-temporale che caratterizza una realtà sempre più uguale a se stessa. La completa omogeneità del presente dipende dal potere ingannevole di una luce così diffusa da ritenersi completamente pervasiva; la quale, istituisce una discutibile equivalenza tra quel che risulta immediatamente disponibile, accessibile o utilizzabile e ciò che esiste. Ne è testimonianza uno dei film forse più premonitori, in questo senso, che è Solaris di Andrej Tarkovskij del 1972. La vicenda narra di una missione spaziale in cui alcuni scienziati si trovano in una stazione orbitante intorno ad un pianeta misterioso, condannati ad una sorta di insonnia perenne. In questo luogo così ostile al riposo, questi scienziati si trovano ad essere vittime di una sorta di esaurimento del controllo cognitivo. La deprivazione sensoriale dell’ambiente artificiale e l’alterazione dei ritmi circadiani allentano la presa di ciascuno su un presente stabile, facendo sì che i sogni, veri e propri messaggeri della memoria, si introducano nel tempo della veglia. Solaris, è in qualche modo frutto degli esperimenti sovietici di quegli anni ed è in fondo sia un messaggio di denuncia, sia un messaggio di speranza verso il recupero di una dimensione intrapersonale in cui libertà e felicità sono e restano fini auspicabili e possibili. Difatti, la natura degli individui risulta comprensibile non tanto rispetto alla propria autonomia o autosufficienza, quanto in base alla relazione che essi intrattengono con il mondo esterno, con l’alterità con cui si confrontano. In pratica, solo una riflessione profonda e coraggiosa intorno a questa condizione di vulnerabilità può farci aprire gli occhi su quelle forme di dipendenza su cui la società poggia le proprie fondamenta.

Un grande contributo intorno a questi temi ci è stato fornito anche da Hannah Arendt, la quale si è valsa di immagini riferite alla luce e alla visibilità in tutta la sua opera filosofica per trattare la precarietà dell’equilibrio tra “l’oscurità di una esistenza protetta” e la “penombra che rischiara le nostre vite private e intime”. È soltanto lontano dalla luce che vi è la possibilità di alimentare la singolarità dell’io, da cui scaturisce la realizzazione del bene comune. La Arendt non propugna un io individualistico alla perenne ricerca della felicità materiale, ma un io immerso in una vita activa, fra esaurimento e rigenerazione, fra agire nel mondo e rifugio dal mondo, in una vita domestica inaccessibile e protetta.

La complementarità fra vita pubblica e vita privata non può che avere una matrice ciclica, la cui precarietà è alimentata dal sorgere di una economia dove “le cose devono essere divorate ed eliminate con la stessa rapidità con cui sono state prodotte”. Questa intellettuale ha precocemente individuato, già a partire dagli anni Cinquanta, quanto l’appartenenza ad una società di consumo fosse diventata una sorta di esperienza di straniamento. E tuttavia, la Arendt non è la sola, potremmo citare in tal senso centinaia di affermazioni dei più disparati autori, di destra o di sinistra, o appartenenti ad ogni ceto o classe sociale. Il fil rouge che lega tutti questi pensatori, è il riferimento a capacità percettive sempre più compromesse o ridotte, associate ad un comportamento ripetitivo e costante, in cui enormi masse di individui vivono e operano. Il risveglio di queste masse viene costantemente invocato ma raramente perseguito, in quanto esso stesso genera paura di una totale perdita di controllo da parte degli apparati governativi ed istituzionali dei singoli stati. L’epifania del risveglio è una metafora potente per indicare la necessità di scuotersi dal torpore di una esistenza vuota e ripetitiva, ma inattuale, in un mondo come questo caratterizzato da un sistema globale che non dorme mai; quasi a garanzia del fatto che nessun risveglio dal potenziale dirompente sia necessario o importante.

Il sonno disruptive

Rivendicare il sonno come azione politica, è un po’ come rivalutare l’importanza del tempo sull’importanza del denaro? “La povertà di tempo esiste in tutti gli strati economici – scrive Ashley Whillans nell’articolo Tempo, denaro e felicità pubblicato su “Happiness e mindfullness”, Harvard Business Review Italia – e i suoi effetti sono profondi. Le ricerche dimostrano che coloro che si sentono poveri di tempo sperimentano livelli più bassi di felicità e livelli più alti di ansia, depressione e stress. Sperimentano meno gioia. Ridono meno. Fanno meno esercizio fisico e sono meno sani. La loro produttività sul lavoro è diminuita. Hanno più probabilità di divorziare. E nella nostra analisi dei dati del sondaggio Gallup, abbiamo anche riscontrato che lo stress da tempo ha avuto un effetto negativo più forte sulla felicità rispetto all’essere disoccupati”. Ora, dovremmo aggiungere, hanno anche più probabilità di uscire indenni dalla pandemia.

Se qualcosa sopravvive dell’iconografia dell’alba e del tramonto, ha a che fare con la richiesta, che Nietzsche attribuiva a Socrate, di “stabilire in permanenza la luce diurna della ragione”. Dai tempi di Nietzsche, però, la ragione umana è stata sostituita in modo onnipervasivo e irreversibile dalle procedure informatiche delle reti 24/7 e dalla trasmissione infinita della luce negli intricati circuiti delle fibre ottiche. Paradossalmente siamo passati dalla metafora del sonno come torpore della ragione e della non partecipazione alla vita pubblica, al sonno come vanificazione delle istanze della società del consumo globale. Pensatori come Blanchot, Merleau-Ponty e Benjamin sono solo alcuni dei pensatori del XX sec. che hanno meditato sulla profonda ambiguità del sonno e sull’impossibilità di collocarlo in un qualsiasi schema binario.

Persino Hobbes nel suo Leviatano, per dimostrare la vulnerabilità dell’uomo si riferisce al sonno e a tutti quei pericoli che la notte porta con sé. In un simile contesto una delle funzioni primarie dello stato è quella di offrire un’adeguata protezione contro queste minacce, gettando un ponte solido e duraturo fra il sonno e la sicurezza dell’ordine sociale. Lo stato borghese ai suoi inizi, come quello immaginato da Hobbes, era essenzialmente concepito per soddisfare le esigenze delle classi possidenti. Infatti, la guardia notturna che esso offre è mirata ad assicurare non tanto l’incolumità fisica dell’individuo, quanto piuttosto la protezione delle sue proprietà e dei suoi beni. Questo stretto legame fra diritto alla proprietà e diritto/privilegio a godere di un sonno ristoratore è ancora attuale nelle società del XXI sec. Nell’opera di Kafka, quella condizione che per la Arendt era caratterizzata dall’assenza di spazi o tempi in cui vi possano essere riposo e rigenerazione è onnipresente. Il racconto che Kafka fa in “La tana”, è pervaso da una ricerca ossessiva ed ansiosa di autoconservazione; è una delle più cupe descrizioni letterarie del destino umano come solitudine deprivata di una qualsiasi forma di reciprocità, cioè di una vita compiuta al di fuori di una comunità o di una società civile. Il passaggio dall’invenzione letteraria alla cruda realtà non è sempre facile ed immediato, ma quando avviene è terribile e devastante. L’assenza di protezione o sicurezza per coloro che ne avrebbero più bisogno è quanto emerso nel terribile disastro di Bhopal in India nel 1984. Esso rappresenta una brusca rivelazione del contrasto in atto tra la globalizzazione delle multinazionali e le istanze di sostenibilità e sicurezza delle comunità umane. Il fatto, inoltre, che sia accaduto di notte testimonia ulteriormente la nostra vulnerabilità, in un mondo in cui le protezioni sociali più durature sono state indebolite, o sono venute del tutto meno. Le equazioni sonno=coesione sociale, oppure sonno=relazione di reciprocità tra esposizione e fiducia, hanno perso di centralità e di importanza in una società caratterizzata sempre più da istanze economiche e sempre meno da istanze legate al benessere sociale e collettivo.

Ciò che di implacabile vi è nel 24/7 si deve alla sua temporalità impossibile; dietro al suo annuncio di una accessibilità comoda in quanto perpetua, vi è la dissoluzione di un ritmo di vita periodico che ha dato forma alla maggioranza delle culture umane nel corso dei millenni. Ovvero, l’alternanza giornaliera di sonno e veglia, di giorni dedicati al lavoro e giorni consacrati alla preghiera, un tempo per le attività e un tempo per il riposo. Nella cultura ebraica e mesopotamica la settimana era costituita da 7 giorni, ma in altre culture antiche, come quella egizia o romana, la settimana era costituita da 8 o 10 giorni e organizzata in base ai giorni di mercato o alle fasi della luna. Oggi il weekend è tutto ciò che ci rimane di quelle antiche impostazioni. Oggi viviamo in un universo perennemente on, in cui la modalità off non è più prevista, poiché non esiste alcun momento, luogo o situazione in cui non sia possibile fare acquisti, navigare in internet, lavorare, produrre, interagire… fino alla pandemia, dove tutto si è fermato, dove il mondo ha assunto i contorni di una cartolina immutabile, dove l’uomo ha lasciato spazio alla natura, che si è riappropriata dei suoi spazi, confinandosi nelle proprie case.

Di quale new normal stiamo parlando?

Davvero vogliamo tornare alla normalità? Ad una normalità fatta di negazioni (dell’essere, dell’alterità, della naturalità) dove nessuno è davvero in grado di fare tutte le attività per una durata 24/7, ma per il solo fatto di essere parte di un flusso costante ed incessante che alimenta il processo, pensiamo di poter modificare il modo in cui viviamo e le nozioni più profondamente radicate di come deve essere portata avanti un’esperienza condivisa di vita e di lavoro. Davvero è questa la normalità cui aspiriamo? Malgrado le sbandierate e insistenti assicurazioni circa la compatibilità, persino l’armonizzazione, fra il tempo umano e le temporalità dei sistemi telematici, la realtà vissuta di questa relazione è fatta di disgiunzioni, di fratture e di un continuo squilibrio. Ne è testimonianza il fatto che “In Italia trascorriamo in media al lavoro 1.725 ore l’anno, circa il 30% della nostra vita attiva. Di fatto, a livello paese, lavoriamo 243 ore più dei francesi e 354 ore più dei tedeschi. In Francia e Germania, però, il PIL pro-capite è più alto e la disoccupazione è più bassa che in Italia. Praticamente dove si lavora meno, c’è meno disoccupazione e maggior ricchezza individuale” (Veruska Gennari e Daniela Di Ciaccio, in Scienza delle organizzazioni positive, Franco Angeli/Trend).

Il paradigma 24/7, lo ritroviamo anche coerentemente all’interno della funzione di controllo pervasivo operata dallo stato nei confronti della cittadinanza. All’interno di un infinito supermarket fatto di stimoli e attrazioni costantemente disponibili, le nostre capacità percettive e cognitive, contrariamente alle opinioni più diffuse, sono in netto e progressivo calo. Come dice Jean-Luc Godard in “Éloge de l’amour” del 2001 pone la seguente domanda: “Quando è avvenuta la fine dello sguardo?” (…) è stato 10 anni fa? 15 o anche 50 anni fa, prima della televisione?”. Per Godard la crisi dell’osservatore e dell’immagine è cumulativa e intergenerazionale. Nel cuore dell’amnesia di massa in cui siamo precipitati a causa del capitalismo globale le immagini sono diventate sempre meno significative a causa di una sovrabbondanza di elementi iconici e narrativi che ci congelano in un presente senza futuro. Questo mutamento storico viene descritto e teorizzato in modi diversi: A) come un passaggio dalla produzione industriale all’economia dei servizi; B) il passaggio dai media analogici a quelli digitali, cioè il passaggio verso una società sempre più tecnologizzata; C) da una cultura basata sulla stampa ad una società globale unificata grazie alla fruizione istantanea di dati ed informazioni. In altri termini la descrizione di un momento di rottura radicale è nel contempo l’affermazione della continuità con modelli e sequenze di più lunga durata, rispetto al cambiamento e alle innovazioni tecnologiche. Vi è dunque il conferimento di un carattere di storica inevitabilità agli esiti del cambiamento di tipo economico determinatosi su ampia scala, in rapporto ai micro-fenomeni della vita quotidiana.

Uno dei motivi più ricorrenti di questi luoghi comuni è l’idea che i bambini e gli adolescenti di oggi vivano i loro ambienti ipertecnologici con la massima spontaneità e naturalezza. Tutto ciò sembrerebbe confermare il fatto che nuove future generazioni, una volta compiuta questa fase transitoria, potranno condividere le stesse conoscenze di base e competenze tecnologiche. La realtà è tuttavia molto diversa, non vi è nessun punto di arrivo né individuale né collettivo previsto e prevedibile, dato proprio dalla costante e veloce escalation innovativa. Né una testimonianza più che attendibile le difficoltà che in tal senso si palesano sulla DAD, la didattica a distanza, e che coinvolgono tutti i Paesi, senza esclusioni di sorta (ovviamente, su scale e difficoltà crescenti: dall’approccio alla disponibilità di strumentazione, all’esistenza o meno delle infrastrutture adeguate) confermate da recenti indagini, che palesano una sostanziale difficoltà negli approcci e negli avanzamenti di apprendimento, senza toccare il tema relazionale (in senso orizzontale: alunno-alunno / docente-docente e verticale: alunno-docente / docente-contesto istituzionale e sociale). Nel momento che il Covid produce un’accelerazione, smaterializzando le nostre remore e proiettandoci in un futuro avveniristico, ci accorgiamo che l’effetto che produce altro non è che l’esatto opposto: il ritorno ad un passato indesiderato dove l’individuo fragile viene sacrificato sull’altare del bene (interesse) comune.

Alcuni studiosi dei mutamenti culturali, sostengono infatti che le premesse per neutralizzare il potere delle istituzioni sono del tutto inesistenti. Marx fu uno dei primi a comprendere la sostanziale incompatibilità del capitalismo con qualsiasi sistema sociale stabile o durevole. Insomma, siamo tutti condannati a vivere una sorta di rivoluzione permanente. Anche volendo considerare la storia della tecnologia come una successione di invenzioni e scoperte, non ci si può nascondere che questa narrazione non può che risultare di volta in volta effimera e parziale, fin troppo legata allo sviluppo del momento. E questo è un modo per agevolare il perpetuarsi degli stessi prevedibili meccanismi di consumo non stop, di isolamento sociale e di impotenza politica piuttosto che porsi come punto di svolta davvero rilevante da un punto di vista storico. In mezzo a tutto questo, ogni anno vengono spesi miliardi di dollari per ridurre il tempo occupato dai processi decisionali, eliminando il tempo (considerato) inutile della riflessione e della contemplazione. Salvo poi riesplodere in tutta la sua drammaticità nel momento in cui ci siamo tutti chiusi nelle nostre abitazioni, dilatando lo spazio-tempo ad un infinito reiterarsi di gesti e ritualità tutte intente a schiacciare nella dimensione del distanziamento sociale le proprie ansie e paure.

Ri-leggiamo l’innovazione

Alla luce di queste riflessioni, possiamo ri-leggere l’innovazione non più come una sorta di simulazione del nuovo, che altro non è che un modo di estendere e perpetuare il controllo della cittadinanza da parte delle istituzioni. Inscritti in questo ottimismo avveniristico ogni prodotto che acquistiamo o che entra a far parte della nostra vita sembra proiettarci in una sorta di prosperità globale definitiva, in cui il lavoro umano viene benignamente sostituito dall’automazione, criminalità e malattie vengano debellate definitivamente e infine l’umanità potrà accingersi ad esplorare lo spazio in cerca di nuovi pianeti abitabili. In realtà il 24/7, costruito attorno ai valori individuali della competitività, della crescita, della tendenza all’accumulo, della sicurezza personale e della comodità a spese altrui, rischia di essere spazzato via dal rischio biologico. Una nemesi della natura.

È paradigmatica la storia di grandi multinazionali guidate da personaggi come: Werner e Siemens, Thomas Edison e George Eastman, le quali strutturate in modo verticistico hanno generato nuovi comportamenti sociali, un concezione dei bisogni umani costantemente mutevole e ampliabile, una chiara visione delle reciprocità economiche che intercorrono tra l’hardware e software e non ultima l’idea che la merce possa essere convertibile in flussi astratti, che siano di immagini, di musica o di energia. Queste organizzazioni hanno subito nel tempo una profonda trasformazione come risulta dagli esempi più noti della Microsoft, di Google ecc… In tale contesto, il consumo tecnologico coincide con strategie ed effetti di potere.

Ad ogni successione lineare di innovazioni, corrisponde una moltiplicazione delle fasce temporali e degli ambiti esperienziali annessi. Ogni tecnologia apparentemente nuova comporta un’ulteriore dipendenza in termini di tempo dedicato e di routine connesse. Nelle aree più multiculturali del pianeta le strategie di depotenziamento degli individui si espandono anche alle fasce di reddito molto basse. Il dispositivo non è più il mezzo ma diviene così il fine stesso. La sua finalità principale, infatti, è quella di condurre il proprio utente a svolgere in modo sempre più efficiente i propri compiti. La durata molto breve del ciclo di vita di un prodotto tecnologico, giustifica così la sensazione di piacere e l’aura di prestigio associati al suo possesso, pur essendo perfettamente consci che tutto ciò non è altro che un’illusione volontaria che disinstalla nel nostro cervello ogni conoscenza storica in virtù di un flusso perenne e quotidiano di informazioni che si sovrappongono l’una su l’altra determinando di fatto la cancellazione del passato in maniera autonoma, senza imposizioni da parte di alcuna istituzione.

Ribellarsi a tutto questo è per l’individuo molto difficile, anche a causa del timore di ritenersi fuori moda o di restare indietro rispetto agli altri. Nella vita contemporanea il lavoro di autogestione cui siamo costretti ha i tratti inevitabili di una omogeneità imposta. L’Illusione della scelta e dell’autonomia è uno dei fondamenti di questo sistema globale di autoregolazione. Per Giorgio Agamben: “è del tutto impossibile che il soggetto del dispositivo lo usi nel modo giusto”. Quindi, in una sorta di capovolgimento, le istanze di continua immersione 24/7 nel flusso dei contenuti visivi diventa di fatto una nuova forma di Super-Io istituzionale. Anche in molti di coloro secondo cui “un altro mondo è possibile” alberga il comodo equivoco che la giustizia economica, la riduzione dei cambiamenti climatici e l’uguaglianza nei rapporti sociali possano in qualche modo realizzarsi nello stesso modo in cui continuano ad esistere multinazionali come: Google, Apple e General Electric.

La strada che porta alla creazione di prodotti tecnologici affinché siano messi al servizio dei bisogni degli esseri umani e non in virtù di esigenze capitalistiche è ancora molto lunga e perigliosa. È diventata inammissibile l’idea stessa che esistano opzioni di vita credibili o visibili al di fuori di quanto richiesto al sistema di comunicazione e consumo 24/7. Il filosofo Bernard Stiegler ha elaborato a fondo le conseguenze che egli definisce come l’omogeneizzazione dell’esperienza percettiva nella cultura contemporanea. Egli considera la diffusione di internet a partire dai primi anni ’90 un punto di svolta decisivo che ha determinato una “sincronizzazione di massa” della conoscenza e della memoria, con gravi conseguenze di perdita d’identità soggettiva e di singolarità. Vi è una progressiva riduzione della capacità individuale di partecipazione alla produzione dei simboli che vengono scambiati e condivisi da tutti, che unitamente alla riduzione del “narcisismo primordiale”, vale a dire della capacità di prendersi cura di se stessi, ha comportato fenomeni come l’aumento vertiginoso dei suicidi che si è determinato in particolare in quest’epoca. Per Stiegler a partire dagli anni ’90 non si è imposta un’era post-industriale, quanto piuttosto un’era iper-industriale, in cui la logica della produzione di massa è stata affiancata da nuove organizzazioni di fabbricazione e distribuzione che l’hanno resa più efficiente e pervasiva a livello mondiale.

I numeri della negatività

“I numeri della negatività non riguardano solo il lavoro, se allarghiamo lo sguardo all’intera società ci accorgiamo infatti che: in Italia 11 milioni di persone usano psicofarmaci; in Europa 40 milioni di lavoratori soffrono di stress lavoro-correlato” e in famiglia, all’aumentare dello stress dei genitori gli adolescenti sono più esposti al rischio di sviluppare dipendenze da alcol e droghe. (…) La domanda che ci interessa farti è: ti sembra che questa situazione sia sostenibile e che questi numeri possano traghettarci verso un futuro di prosperità e benessere? Noi crediamo di no, ma non siamo le sole, tanto è vero che esistono altri tipi di organizzazioni, capaci di realizzare risultati completamente differenti, queste organizzazioni esistono già anche nel nostro paese. Il livello di stress negativo a cui le persone e le organizzazioni sono sottoposte sta rendendo il sistema insostenibile” (V. Gennari, D. Di Ciaccio; op. cit.).

Interessante parallelismo può essere fatto anche tra prodotti tecnologici e droghe, legali e illegali. I modelli di consumo generati dai media e dagli attuali prodotti della comunicazione sono presenti anche in altri mercati globali in via di espansione, come quelli controllati dai colossi delle multinazionali farmaceutiche. Anche in questo caso vi è una accelerazione del tempo, per cui vengono presentati prodotti sempre nuovi e apparentemente aggiornate e sviluppate nuove sostanze. Come nel caso delle apparecchiature digitali, vi è così una continua produzione di pseudobisogni e di esigenze per cui le nuove merci diventano l’unica soluzione possibile. Negli ultimi 2 decenni, una gamma crescente di stati emotivi è stata annessa alla patologia per aprire nuovi e ampi mercati a prodotti di cui prima non si sentiva il minimo bisogno. Fra i molti parallelismi che si possono ravvisare tra l’uso delle sostanze psicotrope e gli strumenti della comunicazione, uno è sicuramente la produzione, in entrambi i casi, di atteggiamenti di acquiescenza sociale. L’auto-narrazione più elementare della propria vita, modifica la propria composizione fondamentale. Invece di una sequenza scontata di luoghi ed eventi collegati ai rapporti familiari, al lavoro e alle proprie relazioni sociali, il filo conduttore principale nella storia della propria vita ora diventano le merci e i media elettronici attraverso i quali tutta l’esperienza è stata filtrata, registrata o costruita. Siamo diventati il soggetto arrendevole che si lascia sottoporre ad ogni tipo di intrusione biometrica e di sorveglianza, ingerisce cibo ed acqua tossici e vive in prossimità di reattori nucleari senza protestare.

È questa la normalità che ci manca? A cui nuovamente tendere? Che ci rende così vulnerabili ed infelici. Sarà meglio dormirci un po’…