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Siamo in una società a costo marginale zero? Si sta avvicinando quella che Jeremy Rifkin chiama l’era della fine del lavoro? Stiamo costruendo un paradiso dell’ozio o del lavoro? Le macchine e i computer sostituiranno virtualmente l’uomo nella produzione di beni e servizi?

L’antropologo David McDermott Hughes si trova di fronte a questi dilemmi allorquando pubblica un articolo sulla Boston Review descrivendo le condizioni della popolazione di un minuscolo borgo della Zarzuela di 400 abitanti, situato a nord di Gibilterra, dove sono state impiantate – a partire dal 1999 – più di 250 turbine eoliche per la produzione di energia pulita.

Questo territorio si caratterizzava originariamente per una produzione agricola e i loro abitanti erano da sempre dediti al duro lavoro dei campi. Fin da giovani hanno dovuto sobbarcarsi lavori manuali pesanti, passando dall’utilizzo di strumenti rudimentali come la zappa e la falce all’uso di trattori e macchine agricole specializzate. Ora le turbine hanno alterato questo secolare equilibrio, mettendo definitivamente “in pensione” i lavoratori. Non è raro infatti imbattersi in queste figure anziane nei bar del paese, i quali grazie alla rete di protezione sociale dello stato possono permettersi praticamente di non lavorare. Questo parco eolico non consuma materie prime, non produce inquinamento e non necessita di una costante manutenzione ma viene monitorato a distanza dal Messico.

L’espansione di questi impianti di turbine fu decisa dal governo tra il 2006 e il 2007, provocando inizialmente una strenua opposizione da parte della popolazione locale che dovette comunque arrendersi allo strapotere delle Big Wind (come le persone comuni chiamano le aziende che gestiscono le centrali). L’impatto, infatti, delle turbine non è comunque di poco conto, considerato il rumore costante prodotto, le ombre stroboscopiche che si allungano sull’intera regione e l’ingombrante presenza che turba lo skyline del paesaggio andaluso. Il risentimento cresce nel tempo anche in virtù di un tasso di disoccupazione che nella zona è arrivato a toccare il 40% della forza lavoro attiva. Come già accennato precedentemente questi colossi di acciaio funzionano praticamente da soli. Le Big Wind si avvalgono di pochi addetti alla manutenzione altamente qualificati che provengono da altre città.

La situazione a La Zarzuela è del tutto simile ad altri contesti come in Danimarca o negli Stati Uniti d’America. Anche in queste regioni la popolazione si batte con forza contro l’istallazione di questi “robot del vento”, adducendo le stesse ragioni. Si preferirebbe collocarle in posti lontani e poco frequentati, magari abitati da persone modeste e di scarsa entità da un punto di vista numerico e politico. Certo è vero che il problema non è solo di natura estetica. Questi robot del vento producono energia elettrica sì, assolutamente pulita, ma che muore sui cavi e non riesce ad alimentare le nostre centrali a centinaia di km di distanza: per immettere nella rete energia prodotta al 100% da fonti rinnovabili, tutte le comunità del mondo dovrebbero costruire centrali eoliche e solari ovunque e in posti dove soffia il vento o splende il sole.

Salvare il pianeta non è e non sarà uno scherzo! Il petrolio è stato ed è molto comodo, non possiamo negarlo, un buco in terra di un metro di diametro produce abbastanza carburante da alimentare un’intera città. Se poi pensiamo che in passato per illuminare e riscaldare una città come Boston furono distrutti ettari ed ettari della foresta del New England. Oggi quegli alberi sono ricresciuti grazie proprio ai carburanti fossili. E adesso noi dobbiamo rimettere tutto nuovamente in discussione. Le big Wind a La Zarzuela hanno convertito, contro la volontà della popolazione locale, terreni e pascoli in una piattaforma energetica, compromettendo per sempre anche le aspettative che gli abitanti del posto nutrivano riguardo alle enormi potenzialità che il turismo poteva generare. Nel 2004 l’amministrazione municipale già pensava di trasformare l’area in una città vacanza, di costruire chalet e campi da golf creando nuova occupazione per i contadini che da tempo avevano incrociato le braccia rifiutandosi di spezzarsi la schiena per pochi centesimi di euro nella produzione e raccolta delle barbabietole. L’uso, infatti, di macchine agricole – che si intensificò negli anni sessanta con l’arrivo delle prime trebbiatrici e successivamente verso la metà degli anni settanta con le mietitrebbie – inferse un duro colpo all’organizzazione sociale, con inevitabili importanti ripercussioni a livello culturale ed identitario (la vagliatura non era solo un lavoro, era qualcosa di più: una forma di vita sociale e di consapevolezza ambientale). Il passaggio da un’economia incentrata sul grano ad un’economia incentrata sulla barbabietola, non fece che alimentare un senso di nostalgia arcadica per un rimpianto eden del lavoro.

Anche i sostenitori dell’eolico affermano, come prima di loro i fautori dell’industrializzazione dell’agricoltura, che la cosiddetta rivoluzione dell’energia pulita creerà centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Ma… dov’è il lavoro? siamo abituati a considerare il lavoro come l’azione dell’uomo nella trasformazione degli elementi (Carl Marx): i minatori per esempio estraggono ferro grezzo dal terreno, poi altra manodopera lo raffina e lo trasforma in metallo lavorabile ed infine altra manodopera ancora ne smaltisce gli scarti. Ma le turbine non hanno bisogno di manodopera per produrre energia, sfruttano le raffiche di vento. Non ci sono prodotti da trasportare e tanto meno scarti inquinanti da stoccare. Non vi è presenza di segni materiali che contraddistinguono la dignità del lavoro.

Le turbine producono un’enorme quantità di energia elettrica; in una delle centrali vicino a La Zarzuela vi sono 20 macchine da 2 megawatt con soltanto 5 tecnici che si occupano dell’assistenza alle turbine, in pratica 8 megawatt per ogni operaio che ha pure tutto il tempo per fare delle foto e godersi il panorama. A La Zarzuela i tecnici conducono uno stile di vita all’insegna della rilassatezza, del divertimento e della bellezza. Una vera e propria utopia.

La rivoluzione verde, dunque, rovescia il paradigma di Max Weber: l’etica protestante del lavoro? L’uomo secondo Weber deve applicarsi per creare un prodotto e godere poi i frutti del suo lavoro. Il tempo libero va guadagnato. Il lavoro ci dà un’identità e quando è un buon lavoro la dignità e l’autostima ci permettono di dare un senso compiuto alla nostra esistenza. Tuttavia, non tutti erano d’accordo con Max Weber, già verso la fine dell’Ottocento Paul Lafargue sosteneva che grazie alle macchine moderne si poteva far progressivamente a meno della manodopera, invocando una riduzione dell’orario di lavoro. Negli anni Trenta del Novecento, anche il famoso economista britannico Keynes profetizzava l’avvento di una società guidata dalle macchine nella quale tre ore di lavoro saranno più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.

I sostenitori dell’economia green sono anche i sostenitori più battaglieri di una società “multi-attiva”, vale a dire una società capace di sostenere lo sport, l’hobby, l’arte e un mutualistico rapporto di assistenza tra figli e genitori. In America, nello specifico nel New Jersey si vedono già i prodromi di questa nuova concezione sociale. Alla fine del Novecento il Board of Public Activities varò un programma di incentivi per incoraggiare ogni proprietario ad installare i pannelli solari nella propria abitazione. I beneficiari di questo programma non pagano quasi mai la bolletta, consumando gratis una quantità di elettricità pari a quella che generano. Inoltre, per ogni mewattora senza emissioni di anidride carbonica è possibile ricevere un certificato che viene venduto all’asta alle aziende energetiche che a loro volta possono aggiungerlo alla loro quota di energie rinnovabili. Così oltre a consumare elettricità gratis è possibile anche guadagnare una certa somma di denaro per l’impegno in campo ambientale.

Certo che se è possibile ricevere una sorta di salario per l’energia prodotta dai propri pannelli, come avviene nel New Jersey, allora i minatori delle zone minerarie dovrebbero richiedere un sussidio per le loro società multi-attive. Man mano che l’energia solare sottrae posti di lavoro al settore, gli operai delle centrali a carbone riducono drasticamente le loro emissioni. La logica, dunque, è sempre la stessa.

Da sempre, dai padri dei nostri padri fino alle generazioni attuali, ci è giunto immutato ed immutabile il precetto che il pane va guadagnato con il “sudore della fronte”. Finché prevarrà questa ossessione per la produzione, resteremo invischiati in un sistema economico completamente inadatto e dannoso per l’ambiente. Prima che imparare a rinunciare ai carboni fossili, dobbiamo imparare a perdonare noi stessi e gli altri per il fatto di non lavorare. Certo, alcuni abitanti della La Zarzuela così come gli abitanti degli Stati Uniti o di altre zone e paesi, avranno sempre da ridire sull’aspetto “dell’impatto estetico” delle turbine eoliche, ma per l’autore è difficile immaginare una situazione che si avvicini di più all’utopia.

DISOCCUPATI E FELICI?

La rivoluzione tecnologica continua e costante ha nella perdita di molte professioni il suo risvolto più crudo. Nessuno può più escludere che la robotizzazione e l’intelligenza artificiale sostituiranno l’uomo non solo nel lavoro manuale ma anche in quello intellettuale. Nasceranno tuttavia sempre nuove professioni che richiederanno creatività e flessibilità (e successivamente nel breve lasso di tempo queste nuove professioni diventeranno obsolete anch’esse). In un turbinio frenetico e turbolento che genera un problema di fondo: gli uomini di oggi e di domani saranno in grado di svolgere nuovi mestieri meglio degli algoritmi? e ancora, saranno in grado di inventarsi nuovi lavori?

Si profila all’orizzonte (entro il 2050) l’insorgere di una nuova classe di persone: la classe inutile! persone non solo disoccupate, ma inoccupabili. La tecnologia rende l’essere umano inutile, è questo il nuovo paradigma dell’evoluzione sociale? Come queste persone potranno mantenersi? come impegnarle in attività che abbiano un senso per impedire loro di impazzire? come appagarle?

Le persone economicamente superflue trascorreranno sempre più tempo all’interno di mondi virtuali, capaci di coinvolgerle emotivamente rispetto al mondo reale. Certo, storicamente questa non è una novità, in un passato anche remoto questi mondi virtuali si chiamavano “religioni”. L’islam ed il cristianesimo ad esempio si sono inventate una serie di leggi immaginarie che esistono solo nella mente dell’uomo e che nessuna legge naturale impone. I mussulmani e i cristiani passano una vita cercando di guadagnare punti al loro gioco preferito, se alla fine della vita il giocatore ha totalizzato abbastanza punti, dopo la morte passa al livello successivo (l’immortalità).

Oggi il posto delle religioni viene occupato dagli smartphone; infatti, l’idea di trovare un significato alla vita ovviamente non riguarda solo le religioni ma possiamo ottenerlo anche giocando alla realtà virtuale. La vita stessa è un grande gioco virtuale dove si possono guadagnare punti comprando determinati prodotti come le macchine, oppure viaggiando nel mondo: che differenza c’è se i neuroni vengono stimolati dall’osservazione dei pixel di uno smartphone piuttosto che dalla vista di un Resort ai Caraibi? tutto ciò che vediamo è il frutto della nostra mente. Lo stesso significato della vita è una finzione creata da noi stessi.

In un rivoluzionario saggio del 1973 l’antropologo Clifford Geertz descrive i combattimenti dei galli a Bali e tutto il mondo che ci gravita intorno; fatto di scommesse e di complicati rituali in base ai quali tutto ciò genera profonde conseguenze a livello sociale, economico e politico. Noi oggi lo definiremo deep play, un gioco investito di significati talmente profondi da diventare realtà. Probabilmente non diversamente da un antropologo che si ritrova a scrivere un saggio in Argentina. Israele è anch’esso, sotto questo aspetto, un paese molto interessante che viene considerato un vero e proprio laboratorio su come vivere una vita appagante in un mondo post lavoro. Una grande percentuale di maschi ebrei ultra-ortodossi passa l’intera esistenza a studiare le sacre scritture e a svolgere riti religiosi, mantenuti con generosi sussidi dallo stato (una sorta di esempio di reddito minimo). Questo tuttavia non genera frustrazione ed i sondaggi svolti dimostrano che questi ebrei ultra-ortodossi hanno livelli di soddisfazione più alti rispetto alla media della società israeliana. Ma potremmo anche citare l’esempio di un adolescente appassionato di videogiochi. Sarà sufficiente dotarlo di un sussidio minimo, di coca-cola e pizza, di chiedergli di non lavorare e di liberarlo da ogni controllo per vederlo felicemente realizzato, incollato per giorni e giorni allo schermo del proprio computer. Gli adolescenti di oggi e di domani saranno probabilmente i protagonisti della classe inutile del post lavoro. Saranno loro i testimoni del fatto che la fine del lavoro non comporterà probabilmente una perdita di senso, perché il senso della vita nasce più dall’immaginazione che dal lavoro. Per tutti, ebrei e ortodossi, adolescenti e perfino bambini di tutte le culture ed epoche è ed è sempre stato possibile dare un significato alla vita anche senza lavorare. Ma è questo il nostro destino. Vogliamo davvero continuare vivere in un mondo in cui miliardi di persone vivono immerse in mondi immaginari inseguendo falsi obbiettivi?

Il passaggio di produzione di energia dal petrolio alle nuove forme green comporta una rivoluzione del mercato del lavoro modificandone la concezione. In passato il concetto di Marx e/o di Weber in cui il lavoro consisteva nel “fare” e “produrre” donando senso e dignità alla vita del lavoratore stesso, viene a mutare ed assumere nuove forme. Questo cambiamento verso una tecnologia diversa crea una forma di lavoro virtuale che potrebbe comportare uno scollamento nei confronti della realtà e quindi una perdita di dignità del lavoratore. La trasformazione del lavoro “del fare” al lavoro “del pensare” cosa può provocare? Che tipo di valore allora possiamo dare a questa nuova concezione che costringe le nuove generazioni a coniare nuove chiavi di lettura e quale accezione possiamo dare a quest’ultima restituendogli un nuovo valore e un nuovo senso?

Se consideriamo il senso della vita ed il lavoro come cornice che nel fare dona dignità, siamo costretti a pensare come “il non fare” possa essere altrettanto dignitoso.  C’è forse il rischio, dato dall’avvento delle nuove tecnologie, che questo cambiamento epocale, possa rappresentare un passaggio non indolore. Da “produttore a non produttore”, equivale o non equivale a: “da un essere degno a un essere inferiore”?

Questa generazione può scegliere di avvilirsi nell’utilizzo della tecnologia traendone solo alienazione (videogiochi, uso del pc in maniera inappropriata…) oppure, far sì che il non fare possa comunque restituire uno spazio che nobilita comunque la nostra esistenza. Il non lavoro potrebbe assomigliare al concetto di ozio, cioè inteso come spesso avviene nelle culture occidentali con un’accezione estremamente negativa.  Se lo consideriamo come nelle culture orientali, l’idea viene completamente ribaltata: un momento creativo rigenerante, estremamente produttivo grazie al quale la vita acquista un senso più compiuto.

Le attuali generazioni che sono quelle deputate a sancire una volta per tutte questo cambiamento, devono continuamente confrontarsi con il monito della “non-alienazione” per non farsi “corrompere” da un virtuosismo tecnologico che potrebbe diventare straniante e degenerante.