“A fronte di un totale di circa 4,4 milioni di imprese attive in Italia, le quasi 220 mila PMI costituiscono un pilastro del tessuto imprenditoriale italiano, fornendo il 41% del fatturato nazionale e il 33% degli occupati.

La pandemia ha accelerato da parte delle PMI l’adozione di soluzioni digitali necessarie per garantire l’operatività aziendale e sostenere i fatturati in forte contrazione. Nonostante i segnali incoraggianti, però, la trasformazione delle PMI rimane limitata a specifici servizi e strumenti operativi, faticando a decollare verso una revisione strategica non solo dei processi ma anche dei modelli organizzativi che abilitano nuovi modi di lavorare. Le risorse stanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresentano una grande opportunità per innovare e digitalizzare le PMI italiane.

“Per tradurre le idee in azioni serve intraprendere all’interno di ogni PMI e degli ecosistemi di riferimento un percorso serio e strutturato di digitalizzazione, ridisegnare i processi, i modelli di business e organizzativi e garantire che gli investimenti siano finalizzati a una crescita sostenibile di lungo periodo”. (Report MIP e osservatori.net – Digital innovation).

Alcuni spunti dai quali partono le riflessioni oggetto dell’articolo:

  • Il 44% delle imprese non si sentono adeguatamente preparate e protette verso le discontinuità previste nei propri mercati (Deloitte – Achieving digital maturity to drive growth).
  • Il 51% delle imprese non completa i propri progetti di trasformazione digitale o non è soddisfatta dei risultati raggiunti (IDG – The Challenge of Change).
  • L’89% dei manager non si sentono sicuri delle proprie competenze in materia di alfabetizzazione dei dati. (QLIK in collaborazione con The Future Labs, Data Literacy Report).
  • Le PMI “Large”, che superano i 50 milioni o i 249 occupati, mostrano una sensibilità più che doppia rispetto alle PMI in senso stretto nel valutare le competenze realmente possedute.
  • La transizione digitale è accompagnata da una transizione green. Il 58% delle PMI Large ha adottato o è interessata a soluzioni per ridurre l’impatto energetico. Il 61% ha introdotto o si propone di introdurre pratiche di Corporate Social Responsibility

In Italia, il digitale è un punto di forza per le PMI “Large” (cioè con fatturato sopra i 50 milioni di € o numero dipendenti superiore a 250), ma non ancora per quelle “tipiche”: 71% delle prime mostra, infatti, un profilo “convinto” o “avanzato”, rispetto al 50% delle PMI in senso stretto. Il digitale è considerato come un costo solo dal 2% delle Large (rispetto al 16% delle PMI), mentre, per il 61%, è lo strumento cardine per costruire il futuro dell’azienda (rispetto al 35% delle PMI). In entrambe le categorie, però, risulta ancora carente l’attività di formazione svolta per i dipendenti e per il management.

Questi sono alcuni dei dati presentati dall’Innovazione digitale nelle PMI della School of Management del Politecnico di Milano*, in occasione del convegno “Innovazione digitale nelle PMI: uno, nessuno…ecosistema!”.

“Circa 250mila PMI sono in grado di produrre intorno al 40% del fatturato nazionale e di assorbire oltre il 30% della forza lavoro: numeri che fanno comprendere non solo l’importanza del ruolo giocato dalle PMI in Italia, ma anche l’attenzione che il Paese deve loro dedicare per salvaguardare questo patrimonio economico e sociale” dichiara Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI. “Prima di parlare dei singoli, però, dobbiamo parlare di responsabilità del sistema: troppo spesso sentiamo parlare di arretratezza delle imprese, di scarsa cultura digitale degli imprenditori, di visioni poco evolute. L’imprenditore, per la sua stessa estrazione, prevalentemente tecnica, si concentra più sul prodotto che sulla gestione e la programmazione, più sulla quotidianità che sulla pianificazione e la gestione del cambiamento. Ecco, allora, che le associazioni di categoria, le filiere, le supply chain, gli istituti finanziari, la classe politica, la pubblica amministrazione, gli hub territoriali per lo sviluppo digitale devono fare la loro parte per creare le condizioni che permettano di fare impresa. Solo a quel punto, le responsabilità individuali di fare o non fare potranno essere attribuite alle singole organizzazioni.”

Il mondo delle PMI è estremamente variegato e, provare ad illustrarlo nella sua interezza, può portare a conclusioni non sempre generalizzabili: l’Osservatorio del MIP ha, quindi, individuato, in partnership con InfoCamere, tre filiere – agroalimentare, arredo e moda – che coniugano l’importanza del Made in Italy con la necessità di mettere in evidenza la varietà di alcune caratteristiche (come dimensioni e numerosità).

PMI e PMI Large: maturità digitale a confronto

Quando si parla di PMI si fa riferimento ad imprese con un numero di addetti compreso tra 10 e 249, che generano un fatturato inferiore ai 50 milioni di euro o con un attivo inferiore ai 43 milioni di euro. Questa definizione (utilizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico o dalla Commissione Europea) da un lato, permette di identificare in modo univoco un sottoinsieme oggettivo di imprese all’interno del panorama economico, dall’altro, però, esclude dal novero quelle imprese che nei comportamenti sono assimilabili alle PMI ma, nella forma, non lo sono.

L’individuazione di questo ultimo segmento, ovvero le PMI “Large”, ha l’obiettivo di esaminare un gruppo di mercato strategico (ancora poco approfondito) e di comprendere lo stato di digitalizzazione del gradino dimensionale successivo a quello delle medie imprese, al quale, queste ultime, potrebbero guardare in chiave evolutiva.

Dalle analisi risulta che il digitale sia un punto di forza delle PMI Large: il 71% mostra, infatti, un profilo convinto o avanzato, rispetto al 50% delle PMI. Si tratta di imprese che stanno cercando di riorganizzare i processi con l’ausilio del digitale e che dispongono internamente di competenze per l’innovazione. Solo il 29% delle PMI Large, invece, può essere ascritto alle categorie degli “analogici” e dei “timidi” (rispetto al 50% delle PMI). Queste imprese, infatti, sono ancora restie ad abbracciare la transizione digitale, mancando, soprattutto, di un approccio olistico e di una visione strategica di lungo termine.

Vi è una forte percezione dei vantaggi derivanti dal digitale: solo il 2% delle Ibride lo considera come un costo (rispetto al 16% delle PMI) mentre il 61% lo considera lo strumento per costruire il futuro dell’azienda (rispetto al 35% delle PMI). Il digitale costituisce un aspetto culturale di queste aziende, nelle quali esiste una maggiore consapevolezza digitale. È, però, ancora carente l’attività di formazione svolta per i dipendenti e per il management.

Nel segmento delle PMI Large, emerge, nel complesso, una maggiore attenzione per le tecnologie di frontiera, anche se i tassi di adozione non sono così interessanti da poter parlare di un fenomeno diffuso. La transizione digitale è accompagnata da una transizione green. Il 58 % delle PMI Large, infatti, ha adottato o è interessato ad adottare soluzioni per ottenere una riduzione dell’impatto energetico, il 48%, invece, è interessato a rating ESG, mentre il 61% ha introdotto o si propone di introdurre pratiche di Corporate Social Responsibility.

“L’importanza del ruolo giocato a livello economico e sociale da parte delle PMI merita la massima attenzione da parte del sistema Paese, che deve fare la sua parte: solo in questo modo si può affrontare il problema nella sua interezza e indagare le ragioni profonde dietro all’andamento digitale delle imprese. Per attivare meccanismi di contaminazione ed emulazione tali da allargare la base digitale è necessario, da un lato, adottare un approccio per filiere che tenga conto anche delle PMI Large, mentre dall’altro gli hub territoriali di innovazione devono collegarsi maggiormente tra loro e con la rete relazionale del territorio” aggiunge Federico Iannella, Ricercatore Senior Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI.

I “trigger dell’innovazione” nell’ecosistema

Troppo spesso le PMI approcciano in modo destrutturato il proprio percorso di innovazione, facendosi guidare più dall’esigenza temporanea di cambiamento o dalle opportunità di finanziamento una tantum offerti dalle diverse istituzioni. Esistono, però, quattro diverse tipologie di Enti nati con la missione di guidare e affiancare le PMI in un percorso solido di trasformazione digitale.

  • Digital Innovation Hub (DIH) sono 23 in Italia e svolgono il ruolo di promotori dell’evoluzione digitale, attraverso specifiche attività di sensibilizzazione e formazione sulle nuove tecnologie e sulle opportunità esistenti.
  • Punti Impresa Digitale (PID) sono strutture localizzate presso le Camere di commercio. Nati nel 2016, sono oggi 88, punto di riferimento territoriale per attività di formazione e informazione, sia a livello di policy/incentivi/opportunità attivate dal Governo, sia per approfondimenti su specifiche tecnologie e loro applicazioni.
  • L’Innovation Manager (IM), figura introdotta con la Legge di bilancio del 2019, rappresenta un punto di contatto tra le PMI e gli enti pubblici a supporto dei processi di innovazione digitale, fungendo spesso da tramite per l’erogazione di servizi tra gli Hub di innovazione e le PMI stesse. Oggi sono circa 8mila gli Innovation Manager iscritti alle liste MISE, anche se in realtà non tutti operativi su progetti di innovazione.
  • I Competence Center (CC) costituiscono l’infrastruttura «hard» della rete, a supporto del trasferimento tecnologico in chiave Industria 4.0. I CC presenti sul territorio italiano, nati tra il 2018 e il 2020, sono 8, ciascuno specializzato su ambiti tecnologici specifici e complementari. Rappresentano l’ultimo ente a cui approdano le imprese nel loro tragitto di innovazione, e si concentrano sulle attività più collegate al lancio e accelerazione di progetti innovativi e di sviluppo, attraverso la sperimentazione pratica delle tecnologie (con live demo e test before invest), la produzione “in vivo” degli strumenti di Industria 4.0 e la raccolta di best practices per l’implementazione della trasformazione tecnologica.

Il Contest PMI Awards 2022

Al contest ha partecipato, risultata tra le aziende selezionate per la fase finale, Pelletterie Bianchi e Nardi SpA, azienda manifatturiera, leader nella pelletteria fiorentina di alta gamma che fa parte della filiera del fashion Made in Italy. Un progetto realizzato da Aneway in collaborazione con Safechange, Boomi Italia e CWS, di cui di seguito in estrema sintesi il business case.

  • Assessment aziendale, definizione e realizzazione di un Progetto di Industria 4.0, distintivo, su Boomi (piattaforma Cloud di integrazione e gestione workflow) riguardante:
    • Automazione di Supply-chain e Produzione;
    • Workflow dei processi interamente disegnato sulle esperienze del cliente;
    • Disegno dell’Architettura digitale, comprendente Cybersecurity e Compliance;
    • Realizzazione di CRM in Cloud per attività industriale e commerciale.
    • Formazione e Change Management.
    • Tempistica di realizzazione: 6 mesi. Avvio in produzione dell’intero progetto: 8 mesi.

Nel corso del Convegno, sono state premiate le aziende vincitrici del Contest PMI Awards 2022 che si sono distinte per un progetto nell’ambito dell’innovazione e della trasformazione digitale. Tra le numerose candidature pervenute nel corso dell’anno, le finaliste arrivate a contendersi il riconoscimento sono state otto: Arredo Inox Srl (Crotone), BCN Concerie S.p.A. (Pisa), Emme Technology srl (Monza e Brianza), FBF Srl (Napoli), Löwengrube srl (Firenze), Nastrotex-Cufra Spa (Bergamo), Pelletterie Bianchi e Nardi S.p.A. (Firenze), R.T.A. srl (Pavia).

La giuria di esperti, sulla base dei criteri di originalità del progetto, rilevanza e misurabilità dei benefici, complessità del progetto e approccio strategico, ha decretato vincitori della prima edizione del PMI Awards le seguenti aziende:

  1. Arredo Inox Srl.L’azienda si occupa di sviluppo e produzione di apparecchiature per il trattamento dei cibi. Il progetto premiato “POR – Produco, Ottimizzo, Risparmio”, ha permesso di aumentare la capacità produttiva e di ridurre i costi di produzione, attraverso nuovi macchinari e automatizzati di software MES.
  2. BCN Concerie S.p.A.L’azienda si occupa della preparazione e concia di cuoio e pelle. Il progetto “Microinnovazione 20+”, grazie alla creazione di un sistema informatico basato sulle tecnologie più evolute, ha permesso di ottimizzare i tempi di produzione e di incrementarela produttività.
  3. T.A. srl.L’azienda si occupa di motion control. Il progetto “Revisione processi e digitalizzazione”, attraverso una migliore gestione dei dati e la revisione dei processi aziendali, ha permesso di migliorare l’efficienza e la digitalizzazione dei processi lavorativi.

Massimizzare le opportunità di innovazione (e minimizzare i rischi)

Occorre, infine, continuare ad insistere nel porre la giusta attenzione sul fatto che una società ed un’economia più tecnologica ed innovativa si fonda, sempre e comunque, sulla centralità dell’individuo e sui suoi bisogni. La tecnologia è un fattore di empowerment delle capacità e delle potenzialità dell’essere umano, tanto nelle attività lavorative, come nelle attività sociali. Per determinare questo, occorre introdurre nuovi sistemi di governance che consentano di massimizzare le opportunità di innovazione e, al tempo stesso, di minimizzare i rischi per gli individui e la società. Tra tutti i temi, si evidenzia l’importanza della data economy, che si stima raggiungerà nel 2025 in Europa, un valore di 556 miliardi di euro (+70% rispetto al 2020). Un settore dal grande potenziale, ma che è ancora lontano dai requisiti di trasparenza necessari per conciliare un proprio sviluppo, nei diversi settori economici, con la fiducia del consumatore (Rapporto Ambrosetti, Super Smart Society: verso un futuro più sostenibile, resiliente e umano centrico; Maggio 2022).

Tutto ciò sta alla base del concetto di Super Smart Society, teorizzato per la prima volta nel 2016 da parte dell’Hitachi-UTokyo Lab e che consiste nella capacità di creare sistemi intelligenti che, sfruttando le enormi moli di dati e analizzando sistemi e scenari complessi, rendono possibile supportare l’umanità nel prendere decisioni all’interno di business community sempre più interconnesse. Conditio sine qua non (insieme alla capacità di creare ecosistemi favorevoli) per una società proiettata nel futuro, sempre più basata sulla ricerca scientifica e sull’innovazione tecnologica. In questo contesto si inquadra la grande contraddizione tutta italiana che ci vede in quintultima posizione proprio sulle performance complessive legate all’innovazione, rispetto a 22 Paesi benchmark e molto lontano da peers europei come Francia e Germania, in confronto alla capacità dei ricercatori italiani di produrre eccellenza scientifica a livello mondiale, ambito in cui l’Italia si posiziona al primo posto. Certo, anche su questo occorre estendere ulteriormente la riflessione riguardo alla capacità di tradurre poi l’eccellenza scientifica in valore economico e industriale attraverso la registrazione di brevetti, ambito in cui l’Italia scivola nuovamente al diciannovesimo posto sui 22 Paesi citati (Rapporto Ambrosetti 2022). C’è tanta strada da fare, ma rimane la sensazione di essere finalmente tutti in cammino nella corretta direzione.

Alessandro Baccani | @aneway | #ChiefHappinessOfficer, #BusinessInnovationDesigner

*L’edizione 2021-2022 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI è stata realizzata in collaborazione con i Partner Banca Sella, Cegeka, Cisco, GMDE, Innovation4HR, Google, TIM, Microsoft, Sistemi, TeamQuality, TeamSystem, Vodafone Business; gli Sponsor Aruba Business, Ennova, GRCteam, Banco BPM, Konica Minolta Business Solutions Italia, SIATEC, VISA, Zucchetti; i Patrocinanti Anfia, Federazione ANIE, A.P.I., AssoSoftware, Confesercenti, Dintec, InfoCamere, Punti Impresa Digitali, U.NA.P.P.A., UNIC – Concerie Italiane.